- I razziatori della via Lattea -

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Racconto scritto cinque anni fa. Genere: fantascienza ecologista. Due vecchi amici, nostalgici idealisti, sono pronti a dare la vita pur di impedire lo scempio dell'ultima foresta della via Lattea. Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - I razziatori della via Lattea -
di vecchioautore

I razziatori della Via Lattea (l’ultima foresta)

Le quattro eliche poste agli angoli della macchina volante, giunta ormai a poco più di tre metri dal suolo, aumentarono i giri per rallentare ulteriormente la discesa, sollevando al contempo un nugolo di polvere dal terreno arido.
L’uomo che lo stava arando fermò il trattore a distanza di sicurezza e attese, senza mostrarsi sorpreso e con scarso interesse, che toccasse terra.
Guardando attraverso la polvere che si stava posando, notò due figure a bordo. Quando la polvere si fu posata, la portiera ad ala di gabbiano si aprì verso l’alto, e l’uomo seduto accanto a quello ai comandi scese e si incamminò.
«Steven», mormorò sorpreso l’uomo sul trattore, poi scese e gli si fece incontro.
S’incontrarono in mezzo al campo, e lì si fermarono, scrutandosi, come due duellanti in attesa della mossa dell’avversario. Gli sguardi arcigni ressero per alcuni secondi, poi, aprendosi al sorriso, si abbracciarono.
«Quanti anni sono che non ci si vede, Rubens?»
«Più di dieci, da quando ho rinunciato al seggio di senatore nel parlamento della Terra Unita per andarmene a concludere il mio tempo lontano dal formicaio metropolitano e, soprattutto, dagli intrallazzi della politica», rispose questi. «A quanto vedo, tu non hai rinunciato ai benefit che il congresso concede ai suoi rappresentanti», aggiunse deluso, indicando la macchina volante.
«Se non fosse per i benefit, non ci sarei rimasto un minuto di più seduto sugli scranni del senato», scherzò, ma non troppo, Steven. «Da quando te ne sei andato sbattendo la porta, il senato è diventato un vero mortorio!» e ridendo della propria battuta, si tirò dietro anche l’amico.
«Ahahah! Non ti smentisci mai», poi si fece serio. «La verità è che non ci potevo più stare là dentro, a combattere battaglie perse in partenza contro gli sbarbati delle nuove generazioni, che pur non avendo mai messo piede sul suolo di un altro pianeta, credono di saperla più lunga di chi ha speso gli anni migliori, lassù. E con l’arroganza tipica dell’ignoranza, trattano noi, sopravvissuti di un’altra era, come vecchi arnesi affetti da demenza senile, da sopportare con malcelato fastidio.»
«Ti capisco, Rubens... Ma capisco anche loro.»
Rubens gli dedicò uno sguardo torvo. «Oh, lo so bene che li comprendi, quegli avvoltoi. Ricordo che l’hai votata anche tu, la legge che ci consentiva di razziare i pianeti che abbiamo conquistato!» gli rinfacciò con tono aspro.
Steven non si scompose. «Non potevamo fare altrimenti, se vogliamo riportare la Terra agli antichi fasti», si giustificò pacatamente.
«Agli antichi fasti», gli fece eco l’accigliato Rubens. «Quelli che l’uomo con la sua stoltezza ha cancellato in pochi secoli. Pensi veramente di riuscirci?»
Steven allargò le braccia. «Per il bene dell’umanità, abbiamo l’obbligo di provarci!»
«L’umanità», fece Rubens, sorridendo amaro. Indicò il cielo. «Forse non ti è chiaro il concetto che quelli che stanno lassù, a qualche decina di anni luce, e anche quelli molto più distanti e che, per loro fortuna, non incontreremo mai, sono anch’essi “umanità”!» A questo puntò iniziò a infervorarsi: «Eppure abbiamo viaggiato insieme, in coma letargico, riducendo al minimo le funzioni vitali per più di quarant’anni! E ho visto il tuo sguardo stupefarsi come il mio, quando, dopo il risveglio, sbarcammo su Arborias, trovandoci al cospetto di esseri simili a noi: con due braccia, due gambe, due occhi, un cuore, un’anima! Li abbiamo visti inchinarsi agli dei venuti dal cielo a portare pace e benessere; e invece, cosa stiamo facendo…» sospirò e continuò abbassando il tono, «stiamo depredando le loro foreste, condannando il pianeta a morte certa, per provare a salvarne un altro rinsecchito dallo sfruttamento intensivo delle sue risorse.»
«Conosci un altro modo per salvare la Terra?» domandò Steven, alzando un sopracciglio. E non lasciando all’altro il tempo di rispondere, indicando il trattore riprese: «Arare un terreno arido e seminare legumi, con una resa stimata non oltre il dieci percento su un terreno ridotto a sabbia, non basterà a sfamarti; lo sai benissimo! Detto ciò, fai conto che il mondo è ridotto come il tuo campo, con l’aggravante di dover produrre legumi per sfamare dieci miliardi di individui.» Indicò il cielo. «E’ da lassù che piovono le derrate alimentari che sfamano il mondo! da Oplos, Senetis e Pulis, pianeti distanti anni luce. E sempre da lassù, ma un po’ più vicino a noi, arrivano le materie prime che alimentano l’industria; dalla Luna e da Marte, che abbiamo iniziato a spolpare dopo aver spremuto come un limone, senza nessun criterio e visione lungimirante, il pianeta su cui posiamo i piedi; e che ora ci sta presentando un conto troppo salato per poter essere saldato. Senza di loro, la macchina volante alle mie spalle, il tuo trattore e milioni di altre cose sarebbero ferraglia inutile. Più di un millennio, e uno spreco enorme di vite e materie prime, è costato al genere umano raggiungere pianeti distanti anni luce e costruire i porti per le navi cargo, che con un’incessante spola, oltre a tenere in vita un pianeta moribondo, stanno provando a rianimarlo.»
«La tua lezioncina di storia ed economia sostenibile, è incompleta», obiettò Rubens. «Ti sei scordato di aggiungere che gli straordinari alberi millenari estirpati ad Arborias, in grado di assorbire una quantità di anidride carbonica venti volte superiore a qualsiasi altra specie, una volta trapiantati sulla Terra iniziano a rinsecchire dopo un decennio.»
«E’ un problema che stiamo provando a risolvere.»
«In che modo?»
«Togliendo uno strato di almeno due metri di terra nei lotti destinati alla riforestazione, per sostituirla con quella proveniente da Arborias!»
«Ah!» fece allibito Rubens. «Questa mi giunge nuova. Così, oltre alle foreste, ora vi state portando via anche un pezzo di pianeta!»
«Non ancora.»
«Non ancora, cosa?» lo incalzò Rubens.
«Dovevamo iniziare il mese scorso. Ma quel pazzo di Mike Brulin, come l’ha saputo ha chiuso il porto.»
«Ahahah!» la grassa risata sconcertò Steven. «Bravo Mike! Così si fa!» esultò poi Rubens. «Sei il governatore di Arborias, fai valere il tuo rango! Non permettere che questi qua si divorino la polpa, lasciandoti tra le mani il torso di un pianeta invivibile!»
«Tu sei più pazzo di lui e di chi ha avuto la brillante idea di nominarlo governatore! Senza quegli alberi non riusciremo a riportare la qualità dell’aria entro limiti accettabili su tutto il globo.»
«Mike non è uno stupido, se ha fatto una mossa apparentemente azzardata, è perché sa di avere il coltello dalla parte del manico», valutò Rubens.
«La chiave per aprire il porto, questa è la sua assicurazione a lunga scadenza», confermò Steven. E infervorandosi gli spiegò che: «Per poterlo aprire senza la chiave, dovremmo mandare un reggimento d’incursori su Arborias. Ma senza la scorciatoia dei porti spaziotemporali, una nave che viaggiasse poco sotto la velocità della luce, impiegherebbe più di quarant’anni per raggiungere il pianeta… No, non ce lo possiamo permettere! Vorrebbe dire ricominciare tutto daccapo. Buttare all’aria anni di lavoro, cinque milioni di alberi piantumati, un quinto dei quali ancora in grado di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno…» sospirò, «dobbiamo assolutamente convincerlo ad aprire il porto al più presto!»
Rubens cominciò a capire il motivo di quell’incontro inatteso. «In pratica, vi servirebbe un passe-partout!» tirò le somme.
Steven annuì. «Ci servi tu, Rubens!»
«Lo supponevo», fece, rassegnato al peggio.
«Mi spiace. Mike ha accettato di aprire il porto a una navetta con a bordo solo il mediatore. E ha chiesto, anzi, ha preteso che fossi tu.»
«Uhm», fece Rubens, lisciandosi la barba incolta. «Spiegami l’intera faccenda.»
«Ti racconto tutto mentre andiamo all’aeroporto. Ogni minuto è prezioso.»

«Eccolo lì, sotto di noi, il porto», disse Steven, guardando dall’oblò dell’aereo.
Rubens guardò a sua volta. «E’ immenso, lo ricordavo molto più piccolo», rammentò poi.
«Sono passati trentacinque anni da quando siamo tornati da Arborias. Se allora sembrava sovradimensionato, ora stanno addirittura progettando nuove banchine», lo informò Steven.
«Impressionante!» mormorò stupefatto Steven, osservando dall’alto le navi cargo attraccate e altre in procinto di lasciare il porto per andare a consegnare il carico proveniente da altri pianeti nei porti dei cinque continenti.
Impressionante lo era davvero, il ciclopico porto spaziotemporale che si stendeva lungo le coste australiane.
«Atterreremo là», annunciò Steven, indicando la pista alle spalle del porto.
«In che direzione sono puntati i raggi guida?» domandò Rubens, indicando una serie di grosse parabole, simili a quelle dei radiotelescopi, disposte in batteria su due banchine che, allungandosi parallelamente in mezzo all’oceano, disegnavano il canale d’ammaraggio e decollo.
«In direzione di Oplos. A breve dovrebbero arrivare tre navi cariche di grano.»
«Oplos, il granaio del mondo», disse Rubens, mentre l’aereo virava per iniziare la manovra di atterraggio. «Sai, qualche giorno fa, mentre aravo inutilmente il mio campo, mi sono chiesto se non fosse più conveniente spostare direttamente le bocche da sfamare lassù, invece che portare i prodotti quaggiù.»
«E ti sei anche risposto?»
«Certamente. E ho trovato almeno tre motivi più che validi da opporre all’esodo biblico. Traslocare dieci miliardi di persone sui quattro pianeti che abbiamo colonizzato, è immensamente più complicato che portare lassù alcune migliaia di coloni; ci vorrebbero anni, forse anche un secolo! E dopo, cosa accadrebbe ai pianeti che dall’oggi al domani si troverebbero a sopportare il peso, le necessità di più di due miliardi di individui? Sarebbe come spostare un termitaio dentro una casa di legno; in pochi anni la ridurrebbero in briciole! E per ultimo, nonostante le condizioni in cui versa questa malandata Terra, convincere la popolazione a rinunciare agli agi e alle comodità del quarto millennio per catapultarsi dentro un nuovo medioevo… quella sì che sarebbe un’impresa oltre i limiti delle possibilità umane.»
«Analisi perfetta», si complimentò Steven, senza aggiungere altro.
Mentre scendevano dalla scaletta, un’automobile con le insegne dell’esercito veniva verso di loro. L’aeroporto, e il porto, erano siti all’interno di un presidio militare: un’area grande come una regione, interdetta ai civili.
L’oceano non si vedeva dalla pista. L’automobile, guidata da un ufficiale, percorse di buona lena la strada in mezzo al deserto per più di dieci minuti, prima di fermarsi davanti a una sbarra presidiata da militari armati; che dopo aver controllato l’identità degli occupanti li lasciarono passare.
«Hai mai visto ammarare una nave interplanetaria?» gli domandò subito dopo Steven.
«Non dal basso. L’unica volta che sono stato qui, ero a bordo della prima nave che rientrava da Arborias dopo che avevamo terminato il nostro lavoro azionando il radiofaro spaziotemporale», rispose Rubens. «Rammento che il viaggio durò poco più di otto ore. Otto ore per tornare da un pianeta che per raggiungerlo abbiamo dovuto rinunciare a vivere per quarant’anni», aggiunse con tono amaro.
«Ora impiegano metà tempo», lo informò Steven.
«Quattro ore! Com’è possibile?» gli chiese incredulo Rubens.
«All’inizio il porto era servito da una sola centrale nucleare. Con l’ampliamento degli spazi d’attracco, si è provveduto ad aumentare l’energia destinata al canale spaziotemporale, costruendo altre quattro centrali nucleari di nuova generazione.»
«Tutto molto ecologico, come si conviene a dei ladri di alberi», commentò con tono sarcastico Rubens.
Steven, giudicando controproducente alimentare la diatriba, lasciò cadere l’argomento. «Tenente, ci porti al canale d’ammaraggio», comandò rivolgendosi all’autista. Poi volse lo sguardo verso il suo amico. Indicò il cielo. «Sta arrivando una nave, andiamo a goderci lo spettacolo in prima fila.»
Rubens volse gli occhi nella direzione indicata, una macchia scura oblunga, distante ancora alcune miglia, si stagliava alta nel cielo.

Fermo sulla banchina, accanto alle antenne paraboliche che, puntate in direzione dello scafo, parevano sostenerlo con invisibili dita; Rubens rimase a guardare affascinato l’immensa chiglia scendere lentamente. Vedeva il gigantesco timone, le quattro grandi eliche che avrebbero spinto lo scafo quando avesse raggiunto il suo elemento naturale - l’acqua - e si chiese se stesse sognando. “Il calabrone non potrebbe volare, eppure vola”, gli sovvenne mentre osservava lo scafo farsi sempre più grande, fermarsi a pochi metri dal pelo dell’acqua e poi, scendendo ancor più lentamente, adagiarsi all’interno del materasso liquido, alzando delle onde che andarono a sbattere contro il cemento della banchina senza superare il bordo.
«E’ sempre uno spettacolo vedere ammarare questi bestioni», commentò Steven, osservando lo scafo, lungo più di trecento metri e alto come un palazzo di sei piani: dimensioni e forma di una grande nave da crociera, priva di aperture verso l’esterno.
«Impressionante», confermò Rubens. «Vederla da qui, fa tutto un altro effetto che sentire lo scafo che tocca l’acqua chiusi dentro una cabina, senza neanche un oblò dal quale apprezzare la manovra.»
Rimasero a guardare il nuovo equipaggio che saliva a bordo a dare il cambio ai marinai che avevano preso in carico la nave nel porto di Oplos. Mentre avveniva lo scambio degli equipaggi, i rimorchiatori si posizionavano attorno allo scafo; e quando ancora i marinai stavano scendendo a terra, quelli appena saliti già lanciavano le cime ai rimorchiatori che, appena la scaletta fu ritirata, trascinarono la nave fuori dal canale, salutandola con il suono delle sirene quando furono in oceano aperto, ormai libera di navigare per andare a scaricare la preziosa merce in chissà quale porto.
Rubens e Steven rimasero a guardare la nave prendere l’abbrivio, virare a dritta e allontanarsi, prima di salire in macchina e proseguire.

In una sala presidiata da militari armati, lo attendevano generali e politici; il loro compito era quello di catechizzarlo per bene sulla gravità del momento e sulle conseguenze, tragiche per l’umanità, che il fallimento della sua missione avrebbe comportato.

«Devi convincerlo a tutti i costi, con le buone… o con le cattive», si raccomandò Steven, accovacciato accanto al boccaporto aperto del mezzo anfibio monoposto dentro cui si era accomodato il suo amico (quelli lassù, che non erano mica stupidi, avevano immesso nel canale spaziotemporale energia sufficiente per trascinare verso il pianeta un mezzo anfibio di dimensioni e peso ridotti; così, se quelli quaggiù avessero tentato di riproporre il giochetto riuscito a Ulisse millenni prima, facendo partire un trasporto truppe, il loro cavallo di Troia sarebbe stato rimbalzato fuori dalla scorciatoia spaziotemporale più o meno metà percorso, e avrebbe continuato a galoppare nello spazio profondo per l’eternità).
«Ci proverò», rispose Rubens, laconico.
«Ci devi riuscire, Mike è completamente pazzo. Si crede il messia che attendevano i nativi. Ma il guaio grosso è che loro sono certi che sia il figlio del primo dio che posò il piede sul pianeta, e per questo sono disposti a seguirlo fin dentro le fiamme dell’inferno», insistette, drammatizzando ancor più il tono.
«Ti prego, Steven, mi hanno già fatto una testa così quelli che abbiamo appena lasciato. Non ti ci mettere anche tu. Lo so benissimo che non mi state mandando in gita di piacere. Farò quello che devo, non ti preoccupare… Addio, Steven», tagliò corto, infastidito dal detto non detto dell’amico.
«Addio, Rubens», replicò con un sospiro. Poi chiuse il boccaporto.
Una luce a led illuminava l’angusto abitacolo, completamente schermato, del mezzo anfibio. L’unica apertura verso l’esterno, poco più di una fessura, era anch’essa schermata da una lastra di metallo, con apertura a ghigliottina, che avrebbe alzato una volta a destinazione per guidare l’anfibio all’interno del porto (questo perché la luce intensa prodotta dall’enorme quantità di energia sparata nel canale spaziotemporale, penetrando nell’abitacolo gli avrebbe bruciato le pupille anche a palpebre chiuse).
«Addio, amico, c’incontreremo in un’altra vita… forse», mormorò Steven con tono commosso, osservando dalla banchina il mezzo anfibio prendere lentamente quota, fino a vederlo sparire all’interno di un lampo accecante.

“Cosa posso fare per combattere la noia che ti mette addosso questo silenzio tombale, oltre all’angoscia che ti procura l’impossibilità di vedere cosa sta accadendo all’esterno di questo guscio d’acciaio in cui sono rinchiuso?” si chiese dopo pochi minuti Rubens. Considerando che ci sarebbe dovuto restare per più di quattro ore in quella specie di loculo tecnologico, realizzò che i ricordi di una lunga vita sarebbero stati degli ottimi compagni di viaggio.
«Centoquindici anni portati alla grande», esordì, e continuò a riempire di parole l’angusto abitacolo, per combattere angoscia e solitudine ascoltando la propria voce. «Beh, in realtà, dei quarant’anni di viaggio durante la prima missione su Arborias, trascorsi con le funzioni vitali ridotte ai minimi termini, ne dovrei calcolare massimo un paio… stando alle teste d’uovo che ci hanno analizzati quando siamo tornati sulla Terra. Dunque, in realtà ne dovrei avere, massimo settantacinque… anche se io me ne sento addosso qualcuno meno… almeno cinque… forse anche dieci. Probabilmente non hanno preso in considerazione che quarant’anni trascorsi a velocità prossima a quella della luce, potrebbe aver ringiovanito le cellule. Ma questa è solo una mia ipotesi, priva di basi scientifiche. Senza tralasciare il fatto che ce ne sono di vegliardi che, pur non avendo mai staccato i piedi dal suolo, si sentono addosso meno anni di quelli che hanno sul groppone… Ad ogni modo, ringiovanito o meno, è stata comunque una gran bella esperienza, degna di essere ricordata…»
E iniziò a ricordare, partendo dai quasi dieci anni trascorsi da quando le prime immagini inviate dalla sonda “esploratore verde” raggiunsero la Terra, alla partenza delle astronavi con a bordo gli incursori, i coloni, il materiale e le apparecchiature per allestire il porto spaziotemporale. Novantatré anni erano trascorsi dal lancio della sonda a quando le grandi astronavi avevano lasciato l’orbita terrestre con a bordo cinquecento incursori e duemila coloni in sospensione vitale. Un tempo assai breve rispetto alle precedenti colonizzazioni; considerando che la sonda aveva impiegato quarant’anni per raggiungere il pianeta, e le prime immagini di Arborias avrebbero impiegato un tempo leggermente inferiore per raggiungere la Terra.
Le navette da sbarco degli incursori, comandati da Rubens, erano state le prime a toccare il suolo di Arborias. Prevedendo di dover stendere un bel po’ di nativi per spiegare loro chi erano i nuovi “padroni”, erano scesi con i laser spianati. Invece, con loro grande sorpresa, la popolazione indigena li accolse come gli Dei di cui parlavano le loro leggende. Cinque anni dopo, quando i lavori del porto furono terminati e i coloni avevano instaurato un buon rapporto con i nativi, Rubens aveva lasciato il comando al suo secondo, Mike, e con metà dei suoi uomini era salito sulla prima nave che aveva raggiunto il porto usando il canale spaziotemporale per fare ritorno sulla Terra, in appena otto ore!
«Cosa sarà passato nella testa di Mike?» si chiese, rammentando che, cinque anni dopo che lui aveva lasciato il pianeta, era stato nominato governatore della colonia.
«Grazie al suo carisma è riuscito a convincere coloni e nativi a ribellarsi. Ma è un militare, non uno stupido. Lo sa benissimo che la chiusura del porto e i quarant’anni a disposizione per prepararsi allo scontro, non serviranno ad evitargli una sconfitta cocente… Possibile che stia giocando al tanto peggio tanto meglio, consapevole del fatto che fra quarant’anni, quando sbarcheranno gli incursori, lui sarà già morto e sepolto? Quale sarà la sua visione “messianica”?» Corrugando la fronte rifletté, provando a intuire le prossime mosse del suo secondo ufficiale ai tempi dello sbarco su Arborias. «Se ha chiesto d’incontrare un mediatore, un margine di trattativa ci dovrà pur essere. E’ pacifico! Già, ma perché ha scelto me? Possibile che non sappia che da dieci anni sono un semplice pensionato? Eppure le notizie gli arrivano fresche di giornata attraverso la scorciatoia del canale spaziotemporale… Farsi venire un gran mal di testa per indovinare cosa frulli nel suo cervello, è un esercizio controproducente. Non mi rimane che attendere. Tra un paio d’ore, lo scoprirò dalla sua viva voce!»

«Bentornato, comandante!» lo salutò l’uomo in divisa sulla banchina.
«Willy!» esclamò stupito Rubens. «Ti credevo in pensione!»
«C’è tempo per quella, comandante.»
«Correggimi se sbaglio. Hai più di settant’anni…»
«Non si sbaglia, comandante», confermò Willy.
«E allora?»
Willy gonfiò il petto, inspirando a fondo. Esalò il respiro e rispose: «Non la sente la differenza con l’aria inquinata della cara vecchia Terra?»
«Vuoi farmi credere che il clima del pianeta è in grado di arrestare l’invecchiamento?» gli chiese con un sorrisino ironico.
«Arrestarlo, no… Ma potrebbe rallentare l’invecchiamento cellulare!»
«Uhm, potrebbe», fece Rubens. Poi rivolse la sua attenzione ai due militari in divisa alle spalle di Willy. Ci voleva poco a capire che erano indigeni, lo certificava il fisico statuario (l’altezza media dei nativi si aggirava attorno al metro e novanta!) la pelle olivastra, i capelli nerissimi e gli occhi verdi.
«Quanti ne avete arruolati?» domandò indicandoli con lo sguardo.
«Duecento.»
«Dei vecchi, sei rimasto solo tu?»
«Io, Simon e Richard. Gli altri, dopo essersi sposati sono andati a vivere nel villaggio delle consorti.»
«Senza concludere il periodo di ferma, non lo potevano fare. Hanno giurato!» considerò Rubens, infervorandosi.
Willy allargò le braccia. «Hanno chiesto al governatore di essere congedati, e lui…» replicò senza concludere la frase.
Rubens rise scrollando il capo. «E quel pazzo di Mike, non vedeva l’ora di mostrarsi magnanimo», la completò poi. «Non vedo l’ora d’incontrarlo, accompagnami da lui.»
«Subito, comandante!» e così dicendo si incamminarono lungo la banchina, seguiti dai due militari indigeni.
Mentre camminavano Rubens si guardava attorno. «Tutto come l’avevo lasciato: le antenne paraboliche sulle banchine, la torre di controllo, i posti di guardia…» elencava. Improvvisamente si arrestò e si mise a contare mentalmente dei cubi in metallo alti come case a due piani. «Ricordo che le batterie dotate di pannelli fotovoltaici erano dieci», giunse a concludere.
«Ricorda benissimo. Ne abbiamo aggiunte altre dieci per poter immettere più energia nel canale, in modo da aumentare la velocità di percorrenza e il tonnellaggio delle navi», gli spiegò Willy.
«Capisco. Hanno fatto lo stesso lavoro dall’altra parte», commentò Rubens, e riprese il cammino continuando a guardarsi attorno.
«Questo sicuramente non lo ricorda», saltò su a un certo punto Willy, indicando il pulmino elettrico collegato alla presa di una delle venti grandi batterie. «E’ uno dei mezzi che usavano i “boscaioli” per raggiungere la foresta vergine.»
«Quel “boscaioli” un po’ troppo sarcastico, non mi lascia tranquillo», osservò Rubens con tono grave.
«Non deve, comandante, non c’è ragione.»
«Sulla Terra non sono tornati. Che fine hanno fatto?»
«Molti sono passati dalla nostra parte!»
«E gli altri? Dove li avete rinchiusi, gli altri?» lo incalzò Rubens.
«Sono confinati nel cantiere al limite della foresta. Dormono nelle loro baracche, cacciano, coltivano la terra, possono fare tutto quello che desiderano… Tutto, meno estirpare gli alberi millenari!»
«Una pena dantesca», commentò sorridendo Rubens.
Willy emise una grassa risata. «Ahahah! Bella battuta, comandante.» Poi staccò la presa di ricarica del pulmino, fece accomodare Rubens sul sedile del passeggero, dopo essersi seduto al posto di guida attese che i due militari si accomodassero dietro e si avviò.

Rubens si stupì quando vide il pulmino entrare nell’acquartieramento militare, edificato, usando i moduli prefabbricati sbarcati dalle astronavi con i coloni e gli incursori al suo comando, molti decenni prima.
«Il governatorato di Arborias, si troverebbe in uno di quei vetusti moduli?» chiese a Willy.
«Abbiamo dovuto spostarlo all’interno dell’acquartieramento.»
«Qual è il motivo?»
«Siamo in preallarme. Se le cose dovessero volgere al peggio, dobbiamo prepararci a respingere gli invasori», fu la sconcertante risposta, che lo lasciò allibito.
«Davvero credete di poter respingere le astronavi degli incursori, con qualche obsoleto fucile laser?»
Willy gonfiò il petto. «Ci proveremo, comandante. Ci proveremo!»
“Un manipolo di pazzi, questo sono!” pensò Rubens. Stava per ribattere, ma Willy lo anticipò arrestando il pulmino. «L’ufficio del governatore», annunciò, indicando la bandiera di Arborias appesa alla parete del modulo (un albero millenario in campo azzurro).
Scesero, Willy lo accompagnò all’interno, bussò alla porta dell’ufficio e annunciò che il comandante era arrivato. La porta si aprì, il governatore uscì sorridendo e corse ad abbracciare il suo vecchio amico.
Dopo aver scambiato qualche battuta ironica su chi era invecchiato meglio, si appartarono nell’ufficio del governatore.
«Tu sei pazzo se credi di poterli ricattare chiudendo il porto», esordì Rubens, andando subito al sodo «Non si piegheranno alle tue richieste!»
«Oh, lo so benissimo», fece Mike, tamburellando con i polpastrelli sulla scrivania. «Tant’è vero che non ho nulla da chiedere.»
Rubens lo osservò incredulo. «Se le cose stanno così, perché hai chiesto di parlare con un mediatore?»
Mike fece cenno di no con l’indice. «Non ho chiesto di vedere un mediatore. Ho chiesto d’incontrare te.»
«Nelle vesti di mediatore, così mi è stato riferito», precisò Rubens.
Mike sorrise sornione. «Diciamo che è stata una bugia a fin di bene. Non c’era altro modo per farti arrivare fin qui.»
«Ah!» fece Rubens, restando a bocca aperta.
«Mi serve il tuo aiuto», riprese Mike.
«Il mio aiuto, per fare cosa?»
Mike si alzò. «Prima devi vedere qualcosa. Vieni!» e così dicendo, ponendogli una mano sulla spalla lo accompagnò fuori dall’ufficio.

Seduti sui sedili posteriori del pulmino guidato da Willy, dopo aver lasciato alle spalle l’acquartieramento s’immisero su un’ampia strada in terra battuta. «Questa l’hanno costruita i “boscaioli” per trasportare gli alberi razziati all’attracco delle navi», gli spiegò Mike.
«L’oggetto del contendere», osservò Rubens. «Sulla Terra, nessuno mai ha dato un così grande valore a un albero, e nemmeno hanno ben compreso la loro insostituibile funzione, prima di giungere al punto di non ritorno.»
«Ma noi, che apparteniamo alla generazione nata dopo il punto di non ritorno, lo abbiamo ben compreso. E’ per questo che, ora, siamo disposti a morire, per difendere gli alberi di un pianeta che non merita di essere ridotto come la Terra del quarto millennio!»
«Non servirà a niente, Mike. Tu, forse, potrai spegnerti serenamente con l’illusione di aver sottratto il pianeta dalle grinfie rapaci degli avvoltoi venuti dalla Terra. Ma fra quarant’anni, le armi dei terrestri rimetteranno le cose al loro posto. Giuste o sbagliate che siano.»
«In quarant’anni, molte cose potrebbero cambiare… Chissà, magari i nuovi governanti avranno una visione più lungimirante; e forse capiranno che razziare un altro pianeta non è il miglior modo per correggere i loro errori», ribatté con il tono speranzoso del visionario.
«Tu sogni!» sentenziò, tranciante, Rubens.
«Sognare, è bellissimo. Credimi!» mormorò, estasiato. Poi volse lo sguardo sull’amico. «Qual è il tuo vero compito, Rubens?»
«Compito… non capisco», balbettò vergognandosi, abbassando lo sguardo.
«Invece lo capisci benissimo! Loro non sono stupidi, lo sanno che la chiusura del porto, è il mio punto di non ritorno. E quando ho preteso che fossi tu il mediatore… avranno sicuramente elaborato un piano. Ti avranno istruito per bene, prospettando che c’era un margine di trattativa; e alla fine, riempiendoti la testa di patriottismo terrestre, ti hanno spedito quassù, perché compia il tuo dovere fino in fondo. Immolandoti da eroe», riassunse con tono pacato. «Sbaglio?»
Rubens scosse la testa. «No», disse in un sospiro.
«Niente prigionieri, dunque», commentò sorridendo amaro. «Lo farai?»
«Avrei potuto già farlo, quando eravamo da soli nel tuo ufficio», rispose senza tentennamenti.
«Allora non lo farai!»
«Non cantare vittoria, non ho ancora deciso il da farsi», replicò Rubens, con un tono fin troppo amichevole per risultare credibile.
Infatti Mike non si scompose. «Io credo di sì.» Indicò la strada, che nel frattempo aveva preso a salire. «Ma lo capirai meglio quando arriveremo in cima alla collina.»

«Mio Dio, sembra un bombardamento a tappeto», commentò sgomento Rubens, sgranando gli occhi increduli e inorriditi sulla foresta violata.
Mike aveva fatto fermare il pulmino in uno spiazzo poco sotto lo spartiacque collinare. Poi aveva invitato il suo amico a seguirlo. Avevano attraversato una macchia di arbusti e… «Ecco cosa volevo che vedessi!» aveva esclamato con voce fremente di sdegno, indicando la vallata.

Uno squarcio marrone scuro in mezzo al verde intenso. Una ferita, larga più di tre chilometri, che s’inoltrava in profondità all’interno della foresta. Dove un tempo affondavano le radici alberi millenari, ora c’era solo terra smossa attorno a profondi crateri, simili a quelli provocati da bombe sganciate dall’alto.
«L’Idra di Lerna», sovvenne a Rubens, osservando il gigantesco mezzo semovente cingolato, un mostro meccanico dotato di nove lunghe braccia, alcune delle quali destinate a scavare un fossato attorno all’apparato radicale, altre ad abbrancare il tronco per estrarre l’albero dalla sua sede e caricarlo sopra uno dei cinque carri agganciati al trattore che, una volta completato il carico, si sarebbe diretto al porto. Questa specie di Idra del quarto millennio, che ora giaceva immobile all’inizio dello squarcio, pietrificata nell’atto di sbranare un’altra fetta di foresta, non era l’unico esemplare presente sul pianeta; altri diciannove mostri elettromeccanici, invisibili a occhio nudo perché troppo distanti, giacevano nelle profondità dell’orrendo squarcio, insieme a molti altri carri e trattori.
«Ti ricordi la prima volta che siamo saliti quassù con i capi tribù?» gli chiese Mike.
«Rammento lo stupore, la gioia provata nel vedere solamente le chiome degli alberi. Una distesa sterminata di verde, come lo era stata la Terra primordiale.»
«A me è rimasto impresso il tuo commento mentre vagavi estasiato con lo sguardo», rammentò Mike.
«Quale commento?»
«Speriamo che i coloni, memori di come l’uomo ha conciato la Terra, trattino con il dovuto rispetto, questo meraviglioso pianeta.»
Rubens sorrise con gli occhi a fessura. «Sì, ora ricordo.»
«Beh, ti posso assicurare che i coloni l’hanno trattato con il dovuto rispetto, il pianeta; tant’è vero che sono pronti a immolarsi per difenderlo dai loro simili.»
«Non servirà!» ribadì una volta ancora Rubens. «Il loro martirio e quello dei nativi, non fermerà la deforestazione!»
«Eppure lo abbiamo fatto», ribatté cocciutamente Mike, battendo il pugno sul palmo dell’altra mano. «Li abbiamo fermati… per almeno quarant’anni.»
«E fra quarant’anni, quando tu e buona parte dei coloni ribelli sarete morti, cosa succederà?»
«Succederà che i loro figli e poi i figli dei figli, daranno la vita per difendere ogni singolo albero di quella foresta!» s’infervorò Mike, indicando la valle con il braccio teso.
«Un modo di morire molto romantico, ma anche molto stupido, affrontando a viso aperto, armati di arco e frecce, dei professionisti dotati di armi sofisticatissime. Complimenti!» ribatté Rubens. Indicò la foresta. «Ti devo informare che quella laggiù, non è la foresta di Sherwood… e tu non sei nemmeno lontano parente del mitico Robin Hood», chiosò con abrasivo sarcasmo.
«In mezzo a quel labirinto verde, i dardi avvelenati, silenziosi e letali come il morso di un cobra, dei guerrieri delle tribù faranno la differenza!»
Rubens sussultò. «Sei riuscito a riunire attorno a un tavolo i capi delle cinquanta tribù guerriere, e convincerli a combattere a fianco dei coloni?»
«Forse», rispose laconico.
«Che risposta sarebbe?»
Mike trasse un profondo respiro. «Ho promesso loro, che al prossimo incontro, avrei portato con me il Dio che posò per primo il piede su Arborias. Colui che il grande sciamano marchiò a fuoco con il segno del comando!»
Rubens vide passargli davanti allo sguardo l’incontro con lo sciamano delle tribù della foresta. A cui aveva offerto stoicamente il petto per dimostrare che un Dio non provava dolore, mentre il ferro rovente imprimeva il segno del comando. «Era l’unico modo per non doverli sterminare», rammentò, toccandosi il petto nel punto dov’era impresso l’indelebile marchio. «Se non avessi accettato il segno del comando, per i coloni non ci sarebbe stato futuro.» E in quel mentre ebbe come l’impressione di sentire ancora l’odore della sua carne che abbrustoliva, e, come allora, strinse forte la mascella per non urlare dal dolore.
«Erano, e sono ancora, combattenti eccezionali. Sono pronti a dimostrartelo!» insistette Mike.
«Era questo il tuo piano: portarmi alla riunione con i capi tribù, perché mostrassi loro il marchio del comando, e in tal modo convincerli che gli dei venuti dal cielo sono dalla loro parte», tirò le somme Rubens.
«Sì, ma non solo.»
«C’è dell’altro?»
«Sono troppo coraggiosi, e impulsivi. Devono imparare le tattiche della guerriglia: colpire e sparire, senza farsi ammazzare per dar retta allo sciamano che predica il martirio, perché offrendo il petto al nemico si va dritti in paradiso, o in un posto che gli assomigli. E’ difficile inculcare il concetto di fuga nella testa di chi, da sempre, considera la morte un premio per il suo eroismo… Ma confido che un Dio, il Dio con il marchio del comando, possa riuscirci.»
Rubens volse lo sguardo alla foresta, e rifletté, a lungo.
Mike attese senza fiatare.
«Quando ho saputo quello che hai combinato… ho pensato che fossi impazzito!» esordì Rubens, vagando con lo sguardo lungo la ferita che tagliava in due la foresta. «Ora che ho visto questo… scempio! Disastro! Delitto! Olocausto verde!... Difficile trovare le parole adatte per definirlo…» puntò gli occhi dentro quelli del suo amico, «continuo a pensarlo. Ma, allo stesso tempo, credo che la tua sia una pazzia buona… molto diversa dalla pazzia cattiva di chi, dopo aver distrutto la Terra, sta riservando lo stesso trattamento ai pianeti che ha conquistato.»
«E’ un sì?» gli chiese Mike con tono apprensivo, inserendosi in una pausa.
«Non ho finito!» tuonò con piglio militaresco, fulminandolo con lo sguardo.
«Scusa», mormorò contrito Mike.
«Sei scusato!» e tornò a guardare la foresta. «Alla mia età, già poter ancora arare un campo… per ricavarci niente! Lo consideravo un privilegio. Ma mi sbagliavo. Il vero privilegio, è combattere e morire per un ideale; o se preferisci, per andare in paradiso, o in un posto che gli assomigli, come i guerrieri delle tribù. Cambia poco, forse nulla. La mia vita, da dieci anni a questa parte; ma anche prima, da quando lasciai il cuore in mezzo a queste foreste, è di una piattezza, di un’inutilità… da suicidio. Non ho una moglie, dei figli, qualcuno di cui prendermi cura, a cui rendere conto delle mie azioni. A questo punto, non mi rimane che usare il tempo che mi resta, per provare a difendere l’ultima foresta della via Lattea… o almeno l’ultima che vedranno i miei occhi. Trentacinque lunghi anni trascorsi a combattere la nostalgia, che gridava: “E’ lassù la tua casa, è Arborias la tua vera patria”. Ed ora… eccomi qua. Finalmente! E’ una follia, ne sono consapevole, ma vale comunque la pena, e sarà un onore, se così dovrà essere, morire per difendere l’ultima foresta», concluse con enfasi. Si volse, allungò il braccio, mostrò il pugno a Mike e subito dopo aprì la mano.
L’altro comprese il significato di quel gesto, allora allungò il braccio destro con la mano a pugno, la aprì e poi… la mano dell’uno si serrò attorno all’avambraccio dell’altro, e viceversa.
«E’ un sì, per l’eternità!» dichiarò con tono solenne Rubens.

FINE

- I razziatori della via Lattea - testo di vecchioautore
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